Legge sulle unioni civili, come cambia il rapporto tra abitazione e residenza

 

Anche in Italia è stato fatto un passo avanti verso il riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso, grazie alla  legge sulle unioni civili che permette a tutti coloro che si amano di ufficializzare e regolarizzare il loro rapporto.

La legge sulle unioni civili non è destinata esclusivamente alle coppie omosessuali, ma con un discorso più generale regolarizza tutte le situazioni di fatto, anche tra coppie eterosessuali non sposate. Grazie a questa legge sono stati definiti gli aspetti patrimoniali ed economici della questione, ivi compresi quelli assistenziali.

Cosa prevede la legge Cirinnà

Tra gli aspetti più interessanti che sono stati introdotti dalla legge sulle unioni civili, nota anche come Legge Cirinnà, ci sono quelli relativi all’abitazione, da sempre al centro di controversie e di questioni in relazione alla condizione di fatto di una coppia convivente.

La legge sulle unioni civili delinea due differenti prospettive, che hanno un’incidenza diversa sulla questione casa: infatti, se da un lato è possibile formalizzare l’unione civile, dinnanzi a un pubblico ufficiale e in presenza di due testimoni, alla stregua di un matrimonio civile, dall’altra è possibile formalizzare esclusivamente una situazione di convivenza, anche se questa non è una vera e propria novità perché la sua istituzionalizzazione è possibile già da qualche tempo.

Unioni Civili

Legge sulle unioni civili e abitazione

Entrando nello specifico della questione casa, per le coppie che scelgono di formalizzare l’unione civile vige l’obbligo di coabitazione, quindi di residenza. Entrambi i componenti della coppia devono necessariamente risultare residenti presso la stessa abitazione per validare l’unione in base alla Legge Cirinnà, pena il decadimento dei diritti acquisiti.

L’aspetto patrimoniale più interessante, però, riguarda il regime patrimoniale, che esattamente come da protocollo per i matrimoni civili regolarizzati nel nostro Paese, prevede la comunione dei beni di default, a meno di diversa indicazione. Questo è di particolare importanza e rivoluziona la concezione italiana in essere fino a pochi mesi, equiparando di fatto l’unione di fatto a un matrimonio civile e, quindi, fornendo alle parti gli stessi diritti e gli stessi doveri morali e patrimoniali.

Nella comunione dei beni è, ovviamente, inclusa anche l’abitazione di residenza e qualsiasi altro immobile sia nelle disponibilità e nella proprietà di uno dei due componenti prima dell’ufficializzazione davanti alla legge: così come accade dopo il matrimonio, in caso di comunione ogni bene in possesso di uno entra nelle disponibilità dell’altro.

 Questa condizione ha effetti anche sul regime fiscale applicato agli immobili, giacché con l’esenzione della TASI sulla prima casa, l’abitazione di residenza è esclusa dal pagamento dell’imposta. Questo discorso, però, decade nel caso in cui l’abitazione di residenza sia accatastata come immobile di lusso, quindi in categoria A1, A8 o A9. In questo caso, c’è da distinguere tra gli immobili in affitto e quelli di proprietà:

  • Nel caso di immobili in affitto, i due componenti della coppia sono tenuti a versare la quota spettante al locatario in egual misura, secondo quanto disposto dal comune di residenza.
  • Nel caso l’immobile sia di proprietà, i due componenti della coppia in comunione dei beni sono tenuti al versamento in egual misura della quota IMU e TASI prevista dal comune di residenza. In caso di separazione dei beni, come da logica, il pagamento formalmente a carico per intero del titolare formale dell’immobile.

Così come per i matrimoni civili, i componenti delle coppie di fatto hanno diritti ereditari sui beni dell’altro componente, anche in assenza di lasciti testamentari, alla stregua del rapporto coniugale.

Cosa accade in caso di convivenza regolamentata

Diverso è il caso delle convivenze regolamentate, che esulano dal regime patrimoniale coniugale ma godono comunque di specifiche garanzie e tutele. In caso di morte di uno dei due componenti della cosiddetta famiglia anagrafica, il superstite ha per legge il diritto di continuare a vivere in quella casa per un periodo successivo di due anni oppure per un periodo pari a quello di convivenza, se superiore ai 2 anni.

A prescindere dalla durata della convivenza, nel caso in cui siano ivi residenti minorenni e/o persone con disabilità, il limite sale fino a 3 anni. La legge, però, obbliga il superstite a lasciare la casa entro e non oltre 5 anni dal momento del decesso del convivente.

Il diritto all’abitazione, tuttavia, non si accompagna agli obblighi fiscali, che vengono trasferiti agli eredi anche per il periodo in cui l’abitazione è in uso al convivente superstite.  I diritti acquisiti dal convivente decadono nel momento in cui cessa la sua permanenza all’interno dell’immobile o nel caso in cui inizi una nuova convivenza di fatto, si unisca in matrimonio o ufficializzi un altro rapporto.

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