Niente più caldaia con la facciata termoattiva

 

Fino ad oggi i sistemi di condizionamento del clima all”interno degli edifici si sono basati sul riscaldamento e il raffreddamento diretto dei volumi d”aria interni, ma un nuovo brevetto è pronto a rivoluzionare questa logica: la facciata termoattiva.

Tale tecnologia si inquadra in un campo di ricerche sui materiali cementizi e sulla conservazione e conduzione del calore all’interno degli edifici al fine di sfruttare al meglio l”azione del sole che, anche in inverno, con le belle giornate, riesce ad intiepidire i muri.

Il progetto sperimentale

La nuova tecnologia ha già trovato applicazione in progetti di riqualificazione di strutture pubbliche, come il comune di Certosa di Pavia, che diventerà un edificio ad impatto energetico quasi zero (Nzeb per i tecnici ndr.)

Cerchiamo quindi di approfondire le possibilità offerte da questa tecnologia innovativa che consente di ridurre i consumi di energia.

Una facciata termoattiva è composta da alcuni elementi, il principale dei quali è il termointonaco, ossia una base cementizia che è stata ingegnerizzata per presentare un’alta resistenza meccanica ed una capacità termica molto accentuata. La formula ha come caratteristica principale la capacità di mantenere la temperatura controllata fra i 25 e i 30 °C, con proprietà di barriera anti-dispersione.

I nuovi materiali e le tecnologie sviluppate negli ultimi anni contribuiscono al funzionamento ottimale della parete, dato che l’energia termica assorbita direttamente dalla luce solare viene guidata lungo le pareti perimetrali dell’edificio, tramite un sistema di serpentine ad acqua calda o fredda. Per completare la sostenibilità del progetto, la rete è ottimizzata con un sistema domotico avanzato e alimentata con pannelli solari ed accumulatori.

Gli sviluppi

I test sperimentali sono stati già effettuati su un edificio pilota a Paderno Dugnano, in provincia di Milano, ma la ricerca non si è interrotta. L’università di Bergamo, infatti, sta effettuando studi approfonditi per esplorare la possibilità di armare l’intonaco con rinforzi di spessore tale da rendere l’installazione anche antisismica. Il grosso limite attuale della tecnologia, infatti, è che il risultato cresce in efficienza con la massa dell’edificio, e si presta bene all’uso su strutture in cemento, ma cala con il mattone e il forato. Diventa inutile in caso di utilizzo del legno, per il quale, di solito, i processi per l’isolamento sono completamente differenti e si sfruttano le proprietà naturali del materiale. Purtroppo un limite che al momento sembra invalicabile è quello dell’applicazione ad edifici con importanza storica ed artistica, perché non si adatta alla riproduzione delle decorazioni.

Dal punto di vista dei costi, che poi è uno dei punti chiave per chi sceglie di investire in questa nuova tecnologia per la propria casa, si ha una spesa più o meno doppia rispetto al cappotto tradizionale, aggirandosi intorno ai 110-120 euro/mq. Se però si fa un calcolo sul lungo periodo, il rientro sull’investimento inizia dopo appena 6-7 anni, cioè alla metà rispetto alla soluzione a cappotto, che raggiunge le 13 annualità. Sotto opportune ipotesi, fra l’altro, la tecnologia è promettente anche dal punto di vista della riduzione delle spese fisse di gestione della casa, perché alcune ricerche hanno fornito prospettive molto interessanti per il futuro, come l’eliminazione definitiva della caldaia.

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